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Le riserve naturali non sono tutte uguali

Scritto da Admin | Jul 13, 2026 5:00:00 AM

Non tutte le riserve naturali sono uguali. Quando sentiamo parlare di aree protette, è facile pensarle tutte, genericamente, come zone in cui l’uomo si ritira per far spazio alla natura. Ma le leggi, i trattati internazionali e la comunità scientifica distinguono rigidamente tra diversi tipi di riserve naturali. E solo poche ricadono nella categoria delle riserve integrali: quella che, più di ogni altra, fa propria l’idea di restituire spazio a flora e fauna selvatica.

Fondazione Capellino - proprietaria al 100% del brand di pet food Almo Nature, e che ne usa i profitti netti in progetti di difesa della biodiversità - ha iniziato a co-finanziare il corridoio ecologico che unisce la Val Grande e il Sacro Monte di Ghiffa, in Piemonte. Questo progetto ha la particolarità di svilupparsi proprio a ridosso della Riserva Naturale Integrale e Biogenetica della Val Grande. Uno di quei posti - ancora rari - in cui le attività umane sono quasi del tutto interdette.

PER CHI HA FRETTA

1Le riserve naturali non sono tutte uguali: solo quelle integrali impediscono quasi del tutto le attività umane

2Fondazione Capellino co-finanzia il corridoio ecologico che unisce la Val Grande e il Sacro Monte di Ghiffa, in Piemonte, lambendo proprio una riserva naturale integrale

3A partire anche da esperienze come questa nasce il filone di riflessione sulla restituzione dei territori a flora e fauna selvatica


Il quando, il cosa, il come e il perché delle riserve naturali integrali

L’idea di aree naturali in cui escludere del tutto o in parte le attività umane al fine di preservare gli ecosistemi è antica. Già nell’800 alcune famiglie nobili europee iniziano a trasformare le loro riserve di caccia in zone protette, e nel 1872 nasce negli Stati Uniti il primo Parco Nazionale della storia: quello, celebre, di Yellowstone, tra Wyoming, Idaho e Montana.

Ma una riserva naturale non è necessariamente una riserva integrale. In molte aree protette, infatti, le attività umane sono tollerate, seppur entro certi limiti. È possibile, a seconda dei casi, praticare turismo, fare sport, manutenere i boschi - a volte anche vivere o produrre. Si tratta di zone più protette dall’impatto antropico, ma non del tutto protette. Per questo nasce il concetto di riserva integrale.

L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, un’organizzazione affiliata alle Nazioni Unite, classifica queste zone come “categoria 1 - strettamente protette”. L’idea è quella di limitare quasi del tutto le attività umane: niente caccia o pesca, niente agricoltura, industria o allevamento, niente costruzioni. Il turismo è o vietato o permesso entro limiti rigorosi - ad esempio permanenza in percorsi prefissati o presenza di guide specializzate. Persino intervenire sulla manutenzione della flora, salvo eccezioni, è vietato. Solo la ricerca scientifica è praticata e incoraggiata.

L’idea è quella di limitare quasi del tutto le attività umane: niente caccia o pesca, niente agricoltura, industria o allevamento, niente costruzioni.

La Riserva Naturale Integrale e Biogenetica della Val Grande è la parte più tutelata del Parco Nazionale della Val Grande. Vi trovano rifugio specie protette come il camoscio e vi coesistono una moltitudine di ecosistemi - dalle lande alpine classiche fino alle praterie montane. Nell’insieme, l’area integrale si estende per 973 ettari.

Metà della Terra al selvatico, poco a poco

Fondazione Capellino finanzia diversi corridoi ecologici - cioè aree naturali o rinaturalizzate che connettono habitat diversi - come quello piemontese. Del concetto di corridoio ecologico e della sua importanza abbiamo parlato qui. Ma la particolarità di quello che che unisce la Val Grande e il Sacro Monte di Ghiffa sta proprio nel suo servire anche una riserva integrale. In questi luoghi, l’idea è che la biodiversità, i suoli, le foreste, le acque, la fauna e i processi ecologici possono continuare a evolvere senza essere continuamente corretti o semplificati dall’uomo. Un valore che va oltre la difesa degli ecosistemi oggi esistenti, ma guarda al lungo periodo.

In questi luoghi, l’idea è che la biodiversità, i suoli, le foreste, le acque, la fauna e i processi ecologici possono continuare a evolvere senza essere continuamente corretti o semplificati dall’uomo.

A partire anche dall’esperienza delle riserve integrali è nato nel tempo un filone di riflessioni sul quale l’attività di Fondazione Capellino si inserisce. Pensatori come il biologo statunitense Edward O. Wilson hanno proposto un salto di qualità che porti a destinare porzioni importanti della superficie terrestre a flora e fauna selvatica. Una soluzione radicale, ma scientificamente fondata, per la difesa della biodiversità. Anche dell’elaborazione teorica di Wilson e dell’idea di restituire alla natura metà della Terra abbiamo scritto in passato. Nel suo piccolo, Fondazione Capellino cerca di restituire quanto le è possibile, anche con progetti come quello della Val Grande. Perché anche le riserve naturali non sono tutte uguali.