La vita in città - le grandi come le piccole - si è strutturata anche attorno al clima di cui hanno sempre goduto. A Madrid, i bar rimangono aperti fino a tardi, approfittando delle lunghe ore di sole. A Stoccolma, invece, il rito quotidiano si svolge più presto e in spazi chiusi. Durante il lungo inverno svedese, la gente trova conforto nella fika, il rituale pomeridiano a base di tè, caffè e dolci profumati di cannella. A Miami il caffè, rigorosamente cubano, è spesso preso dalle ventanillas, vetrine aperte che danno sulla strada, e consumato camminando o in macchina.
Ma in un momento storico in cui il clima a livello globale è interessato da cambi veloci e senza precedenti, val la pena chiedersi se queste tradizioni resteranno tali. Fondazione Capellino ha iniziato a porsi questa domanda assieme alle amministrazioni comunali di due città europee importanti anche dal punto di vista simbolico: Firenze e Barcellona.
In entrambi i casi, l’obiettivo è quello di testare soluzioni basate sulla natura che proteggano i centri urbani, i loro abitanti, la flora e la fauna che vi risiedono dagli effetti peggiori della crisi climatica. Un lavoro di ricerca che potrà essere utile anche oltre le città di Michelangelo e Gaudì.
Come e perché le città si stanno scaldando
Il riscaldamento globale è un fenomeno ormai assodato nella comunità scientifica. Nelle città il suo effetto più immediato consiste nelle cosiddette ondate di caldo. Si possono verificare ovunque, ovviamente, ma nelle aree urbane sono particolarmente pericolose perché si sommano alla cosiddetta bolla di caldo: cemento e asfalto trattengono il calore, motori e condizionatori accesi peggiorano la situazione e, soprattutto nelle grandi metropoli, le temperature sono di per sé più alte di alcuni gradi rispetto alle zone rurali.
Secondo l’ultimo report dell’IPCC, l’organo scientifico delle Nazioni Unite dedicato al clima, entro il 2050 il 45% della popolazione urbana globale si troverà a soffrire condizioni di caldo estremo. Il cambiamento inizia già a farsi sentire. Secondo i dati diffusi dall’amministrazione comunale, a New York City potrebbero esserci fino a sei volte più giorni sopra i 90°F (32°C) rispetto a oggi entro il 2080. Ad Atene, una delle città più calde d’Europa, l’Atlantic Council stimava nel 2022 che la perdita di produttività dovuta al caldo estremo è costata 100 milioni di dollari in un anno.
Troppa pioggia, troppa poca pioggia
Valencia, Spagna. Il 29 ottobre 2024 un fenomeno meteorologico noto come goccia fredda si è concentrato sui cieli di questa città mediterranea, normalmente nota per la sua architettura moderna e le sue spiagge assolate. In poche ore cade la pioggia che normalmente si accumula in mesi e il risultato - complice anche una gestione inefficace dell’emergenza da parte delle autorità locali - è catastrofico. 236 persone perdono la vita, decine di migliaia rimangono sfollate e un pezzo importante dell’economia locale è spazzata via.
Sebbene non sia possibile provarlo con certezza, diversi studi suggeriscono che quel fenomeno meteorologico estremo sia stato reso più forte dalla crisi climatica.
Il riscaldamento globale in città non prende solo la forma di giornate afose col sole a picco: a volte, si manifesta come una tempesta.
Una soluzione chiamata adattamento
Il fatto che il clima stia cambiando non significa che le città siano destinate a diventare posti più difficili in cui vivere né che debbano sparire le tapas di Madrid, i biscotti di Stoccolma o i caffè di Miami. La comunità scientifica mondiale lavora da decenni a un ampio spettro di soluzioni. In città, possono prendere molte forme: la scoperchiatura dei fiumi interrati, l’installazione di sistemi di allerta precoci, la creazione di rifugi climatici. Oltre alla più classica eppure efficace delle soluzioni urbane: la piantumazione di alberi, che riducono le temperature, assorbono inquinanti locali e frenano il dissesto idrogeologico.
In questo filone di lavoro si inseriscono i progetti finanziati da Fondazione Capellino a Firenze e Barcellona. Quello toscano è cronologicamente il primo, arriva nel 2023, e coinvolge l’amministrazione comunale, l’Università di Firenze e il Consiglio Nazionale della Ricerca, con un finanziamento di quattro milioni e mezzo di euro in nove anni. Quello catalano arriva nel 2025, ed è il primo tentativo di esportare il modello creato in Italia. Fondazione Capellino lo ha sviluppato assieme a Parcs i Jardins, l’ente pubblico che gestisce il verde urbano a Barcellona, e il centro di ricerca pubblico Creaf.
In entrambi i casi, l’idea è di studiare sul campo le soluzioni migliori per le città di fronte all’aumentare delle temperature globali dovuto alla combustione di gas, carbone e petrolio. Nel caso di Firenze, si è anche sperimentata una novità: il gemellaggio di un’area urbana con un’area naturale, quella del Giogo-Casaglia sul Mugello. A Barcellona, nel dettaglio, si stanno sperimentando diverse specie botaniche in aree con diversi gradi di pressione ambientale, per capire quali siano più resistenti.
Due progetti necessari
La rilevanza di questi progetti è difficile da sottovalutare. L’umanità vive ormai in maggioranza in città e mantenere gli ambienti urbani salubri è, inevitabilmente, una priorità. Casi come quelli di Barcellona e Firenze mostrano peraltro come adattarsi alla crisi climatica spesso non significhi imporre rinunce o grandi sacrifici. Al contrario, rendere questi centri più sicuri va di pari passo col renderli più vivibili anche da punti di vista non strettamente climatici. Finanziare questi progetti è possibile per Fondazione Capellino grazie al modello della Reintegration Economy: la Fondazione è proprietaria al 100% del brand di cibo per animali Almo Nature, i cui profitti vengono impiegati totalmente, al netto dei costi, in progetti di restituzione. Come questi.
È possibile, insomma, pensare che ancora in futuro passeggeremo per le città italiane d’estate, o che o ci godremo l’aria frizzante delle capitali scandinave. A patto, però, di impegnarci a proteggerle.